Il Gruppo Padano di Piadena

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Comitato anziani di Piadena

L'Amore - Testimonianze sull'amore raccolte nel 1984

 

Nota introduttiva al quaderno L'Amore"

Questa è la terza mostra annuale di testimonianze Piadenesi curata dal Centro Anziani.
La prima, nel 1982 aveva presentato i nostri hobby, la seconda nel 1983 le esperienze
della nostra infanzia con il titolo "Quan serum putei".

Quest'anno parliamo dei nostri amori.
Questi ricordi intendono mettere in luce un aspetto spesso trascurato nelle cosiddette
ricerche sociali, anche per le difficoltà che ognuno deve superare quando parla delle sue
esperienze affettive : le relazioni amorose, il mondo dei sentimenti, il formarsi delle
famiglie nel quadro abbastanza rigido di regole, usanze, riti, problemi.

Il quadro che ne risulta potrebbe apparire ai giovani di oggi quello di un tempo lonta-
nissimo e invece è nella nostra memoria e nelle nostre abitudini ancora vivo.
E' un quadro caratterizzato dalla fatica del lavoro e dalla povertà della nostra gente padana
per la quale il fine primario sembra essere la sopravvivenza, mentre tutto il resto (compresi
gli affetti e la sessualità) è secondario, marginale. Non a caso la parola "amore", come
altri vocaboli che esprimono tenerezza e sentimenti amorosi, sono rari nel nostro dialetto
e vana è stata la ricerca di una parola dialettale da usare come titolo di questa mostra.

L'età dei narratori va dai 60 agli 86 anni ( 9 donne e 8 uomini): il loro nomi non compaiono
perché abbiamo voluto dare soprattutto importanza ai fatti, intesi come documenti di
una situazione storica da capire, ed evitare il pettegolezzo dell'individuazione di persone.
I fatti descritti nelle 38 testimonianze sono collocabili, tranne uno precedente la prima
guerra mondiale, dagli anni trenta ai primi dieci anni dell'ultimo dopoguerra. Essi sono
raccolti per argomenti: i primi incontri, le serenate, i doni tra fidanzati, gli ostacoli
e le sofferenze, infine il matrimonio. Chiude una serie di riflessioni che rivelano
sconcertanti situazioni ormai ( si spera) superate e alcune opinioni sull'amore fra anziani.

: Con questa breve raccolta in forma di album l'indagine ovviamente non si esaurisce:
essa è solo una parte della ricerca più ampia che il Centro Anziani ha iniziato e porta
avanti sui vari aspetti della esperienza popolare
Il confronto col presente potrebbe dare un'idea dei radicali cambiamenti avvenuti in
questi ultimi anni.

Il Comitato Anziani di Piadena

8 settembre 1984

 

 

L'AMORE

Testimonianze di anziani piadenesi sul tempo dell'amore


Primi incontri VAI A ...

- Una sera particolare
- Le ragazze della filanda
- Ho inciampato nel gradino
- La ragazza delle Due Fontane
- In mezzo ai "cavaler"
- La dichiarazione al cinema
- Se avessi avuto un po' di soldi
- Il moroso morto in guerra
- L'ohimè

Le serenate: VAI A ...

- Serenata a Lucia
- La scorreggia
- Serenata sul camioncino
- Serenata all'alba
- Con la nonna morta in casa
- La finta serenata

Doni tra fidanzati: VAI A ...

- Mai viste cose così
- Il fazzoletto ricamato
- Una scatola e una sciarpa

Quando l'amore fa soffrire: VAI A ...

- Il gioco delle carte
- La morosa che aspetta
- Tragedie di una volta
- L'amore in casa di nascosto
- Non sarà mica un leone
- El tucaman

Il matrimonio: VAI A ...

- La scopa
- La sposa si prepara
- E subito il bucato
- Pranzo di nozze senza i fratelli
- Pioveva che Dio la mandava
- Viaggio di nozze in bicicletta
- Chi andava dal Papa
- Il viaggio a Brescia
- Tutti in bicicletta

Riflessioni: VAI A ...

- Il bambino e la guerra
- Perché devo avere scrupoli?
- La maiala
- Cinque figli in un anno
- I colombini

 

PRIMI INCONTRI


UNA SERA PARTICOLARE

Ci siamo conosciuti una sera, una sera particolare, Lui era tornato da soldato
nel maggio '45 e io non lo conoscevo. Era una sera che ballavano nel cortile delle scuole
e nel salone Referendum. Ci siamo conosciuti quella sera nel giardino pubblico, perché
non siamo entrati perché si pagava. Lui si è avvicinato a noi, mi ha detto qualcosa, poi
mi ha chiesto chi ero, quanti anni avevo. Da quel momento si vede che gli sono piaciuta.
Dopo qualche giorno mi ha scritto un biglietto, che era la sua dichiarazione. Così
è incominciato il fidanzamento. Ma mio papà, subito, non voleva, non lo vedeva la
persona adatta per me.
Ci si parlava in strada, sul marciapiede o nell'atrio. Una sera mio padre ci ha visti
lì e mi ha dato due schiaffi. Non voleva che parlassi a quel ragazzo, ma noi ci vedevamo
lo stesso. Poi col tempo ci ha accettato.

LA RAGAZZA DELLA FILANDA

Quando tornavamo dalla filanda i ragazzi guardavano noi e noi guardavamo loro e
dicevamo: "Guarda che bella bicicletta che ha!"
"guarda cha fanale!"
"Quello ha una Dei" oppure "quello ha una Bianchi!"
Lui non aveva né una Dei né una Bianchi, ma una Deline come avevo io.
Oggi si guardano le macchine, allora le biciclette. Mio padre aveva una bicicletta da
bersagliere con le gomme piene. Ci incontravamo davanti alla filanda: buongiorno,
buonasera. E una sera che era già buio mi ha accompagnato fino a casa: "Signorina,
andiamo a casa insieme?". E' incominciato così..Poi si andava al Dopolavoro a ballare,
che era al Teatro Paroli.
I miei genitori non volevano che gli parlassi perché dicevano che aveva altre morose, ma io
gli andavo insieme lo stesso.
Mi erano capitate altre occasioni ma insomma a me piaceva lui.

HO INCIAMPATO NEL GRADINO

Io ho visto per la prima volta mia moglie alla cascina dove andavo a dare lezione
di fisarmonica a due ragazze. L'ho vista lì, nell'aia, e non avrei mai immaginato che
l'avrei sposata.
Un'altra volta l'ho vista a Calvatone per Carnevale, dove suonavo nella mascherata:
l'ho vista che chiamava suo fratello.
C'era qualcosa in lei che mi attirava.
Poi l'ho rivista all'osteria dove andavo con gli amici a giocare a carte e a fare qualche
mangiata. E lì c'era anche lei, questa ragazza di Calvatone, sorella della moglie dell'oste
che dava una mano. Era una bella ragazza e così, una parola e due e tre, l'ho invitata a
ballare, è venuta e ci siamo attaccati.
Quando si è ammalata è tornata a casa e io dovevo andare a Calvatone. Ci vedevamo
sotto il portico. E dopo son dovuto andare in casa perché sua madre ha detto:"Se vuol
venire a morose, deve venire in casa". Allora ci sono andato.
"Permesso"
"Avanti"
Quella volta ho inciampato nel gradino. Lui, il padre, era alto più di me, col cappello
con le ali. Mi ha guardato con serietà. E io gli ho detto: " E' successo che io e sua figlia
ci siamo incontrati, si è fatta una certa relazione, mi piace……..e vorrei che diventasse
la mia morosa, una cosa seria…….." .
"Va bene, vedremo in seguito se la cosa è seria" dice lui.
Sono andato avanti e indietro da Piadena a Calvatone quattro anni, in bicicletta,
due volte la settimana (il Giovedì e la Domenica).

LA RAGAZZA DELLE DUE FONTANE

Lei era di Calvatone e lavorava alle Due Fontane. Io andavo lì a fare lavori nei giochi
di bocce e appena l'ho vista mi è piaciuta subito. Una volta le ho detto:
"Domenica sei libera?"
"Si"
"Andiamo a ballare insieme?"
"Andiamo"
E una festa e due e tre, siamo diventati morosi. Mi piaceva perché era una ragazza che
ragionava, non faceva stupidate. A volte in quell'albergo veniva gente forestiera che stava
lì a dormire e vedevo che era seria, sapeva trattare.
Mi arrabbiavo quando, alla sera, lei non era libera perché oltre che servire a tavola lavorava
anche in cucina. Io credevo che fosse libera, invece capitava una squadra di gente che
si fermava a cena. Allora andavo via arrabbiato. E a volte le dicevo:
"Io sono già stufo, io non vengo più".
Lei mi diceva di star calmo. Ho portato pazienza fin che ci siamo sposati.
Sposati, ci andava ancora qualche volta, quando c'erano sposalizi o cene. Poi non c'è
più andata perché di lavoro ne aveva fin troppo a casa.

IN MEZZO AI "CAVALER"

Io abitavo nel paese del mio ragazzo (che poi ho sposato) ma io non l'avevo mai visto
perché aveva fatto sei anni di soldato ed era sempre via.
Ci siamo visti la prima volta un giorno che stavo curando i bachi da seta in casa. Lui,
con un altro ragazzo apparve alla finestra e guardò dentro: eravamo io e mia sorella.
Per primi parlarono loro, dissero una burla per ridere. Ci siamo conosciuti così, in
mezzo ai "cavaler". Gli ho parlato sei mesi e poi ci siamo sposati.
Lui ne ha parlato in casa sua, dove c'era la mamma sempre malata e c'erano cinque
uomini, quindi occorreva una donna. Allora siamo andati in trattative per sposarci.
Lui è venuto in casa dei miei con suo papà e non ci sono stati problemi.

LA DICHIARAZIONE AL CINEMA

Già da tempo avevo detto agli amici che volevo andare a morose dalla Rosa e loro mi
dicevano : "Non ce la fai, non ci riesci". E invece io volevo.
Al cinema pareva un destino che quando lei entrava andava sempre a trovare due posti
per lei e la sua amica, lontano dal mio. Fin tanto che una domenica sono riuscito a sedermi
vicino a lei. Ho parlato un po' e le ho fatto la dichiarazione. La seconda domenica eravamo
d'accordo che ci saremmo trovati ancora al cinema, ma succede che io ero di turno alla
raccolta del latte. Quel giorno passavano di qui le Mille Miglia, non potevano circolare i
camion, e io dovevo andare a San Paolo a ritirare il latte col camion della Latteria.
Siccome non avevo potuto avvisarla che ero in servizio lei ha pensato che l'avessi presa in
giro. La terza Domenica c'è stata un po' di battaglia: "Io non ti voglio più", diceva. Io le ho
spiegato che cos'era successo, ma non la mandava tanto giù.
Poi tutto è andato a posto. Due anni dopo ci siamo sposati. Era il '56.

SE AVESSI AVUTO UN PO' DI SOLDI

Il mio primo incontro è stato in un veglione di metà Quaresima nel '47. Ero d'accordo
con un mio amico che dovevano venire due ragazze da Mantova. Ma io ero senza soldi. Esco
a prendere le sigarette e glielo dico:
"Io non vengo al veglione, non ho i soldi."
"Tu vieni, ci penso io" dice lui.
Allora vado a casa di corsa, mi cambio, andiamo in stazione e infatti arrivano. Al ballo,
l'entrata la paga lui. Facciamo un ballo e poi andiamo tutti e quattro a bere. E paga lui.
Facciamo un altro ballo, beviamo ancora.
Verso le nove e mezzo mi dice:
"Guarda che io non ho più nemmeno cinque centesimi in tasca".
Io non avevo niente. Gli dico:
"Queste ragazze si sono già montate la testa che noi siamo chissà chi. Sai che cosa facciamo?
Le mandiamo al diavolo e basta
".
Così, per esigenze economiche, le abbiamo mollate.
Nel frattempo era entrata una compagnia di ragazze e abbiamo incominciato a ballare con
qualcuna di loro. Così abbiamo ballato tutta la sera, senza andare a bere: io non glielo
offrivo, loro non ce l'hanno chiesto. E lì, fra quelle ragazze, ho conosciuto quella che poi
è diventata mia moglie. Se avessi avuto un po' di soldi in tasca, le cose sarebbero andate
diversamente, forse……..

IL MOROSO MORTO IN GUERRA

A 14 anni noi ragazze andavamo già a ballare, ogni domenica, in una piccola aia.
Io avevo un morosetto. Abitava proprio nella mia aia, a domicilio. Ma io ero più furba
di lui perché prima di andare in guerra le morose bisogna lasciarle stare. Allora gli ho detto:
"Ti saluto, quando verrai a casa ne parleremo".
Così è partito soldato nella guerra del '15 ed è successo che dopo tre mesi che era su, l'hanno
ammazzato subito.
Aveva 18 anni. Ne hanno ammazzati tanti. Così non è più venuto a casa.
E dopo di morosi non me ne sono più fatti.
Dopo la guerra ho sposato uno che aveva fatto sette anni di soldato e di guerra, uno che non
conoscevo prima. Aveva già 28 anni e in 4 mesi ci siamo sposati.

L' O H I M E '

A 14 anni noi ragazze ballavamo già.
Le festine le facevamo nelle stanze del Comune, a piano terra.
Ero già sposata e il mio uomo non era capace di ballare e io, per portarlo là,
ho detto agli organizzatori:
"Dategli qualche servizio da fare, altrimenti se non viene lui non posso venire a ballare".
Gli hanno dato l'incarico di suonare il campanello all'inizio e nell'intervallo.
A ballare si andava alla sera. Le ragazze andavano dagli uomini a chiedergli il ballo con
l'ohimè. Un ohimè era così:
"ohimè!"
"Cosa c'e'?"
"Son ferita e t'amo, di giorno ti vedo nello specchio e di notte ti bramo nel mio letto!".
Glielo dicevamo in faccia e lui era contento e si ballava, e mentre si ballava si rideva. Ne
ricordo un altro:
"Son ferita nella gamba di scorta l'amor con te l'ho bèle fat, putost de fal cusè sincera fo
cent'an de galera.
"
Li inventavamo noi e li avevamo nella mente. Quando si fermava il ballo c'era l'ohimè.
"Sun ferida in de la gabbia. Te te ghet l'usel e me go la gabbia, te te ghet l'usel che
fa nient e me go la gabbia da metighel dent.
"
Lui rideva, gli altri facevano un bell'applauso, e si ballava.
Allora eravamo tutte amiche, non c'era odio. Io ho sempre ballato, ci andavo anche con
mia mamma e mio papà, che erano ballerini anche loro.

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LE SERENATE


SERENATA A LUCIA

Allora si usava fare le serenate, anche con un mandolino e una chitarra, e cantare.
Una sera siamo andati sotto le finestre della Lucia. Cantiamo, cantiamo e la luce non si
accende. Saremo stati lì mezz'ora e niente. "Sarà addormentata" dicevamo. Ad un tratto
si aprono le ante e viene alla finestra suo padre che si mette ad urlare:
"Dio vi maledica, andate fuori dalle palle, che mia figlia non è a casa!"
"Potevi dirlo prima, che andavamo via!"
Chi lo sapeva che non era a casa!

LA SCORREGGIA

Con Danilo siamo andati una sera a serenate: noi suonavamo e lui cantava"Amapola".
Quando è venuto il momento che stava facendo l'acuto,…"A-ma-po…", uno dietro, ha
fatto una scorreggia così forte che gli ha coperto l'acuto. Ci è rimasto male.
"Che figura mi avete fatto fare! Che figura!" ripeteva.
Davanti alla ragazza che era alla finestra.

SERENATA SUL CAMIONCINO

I fratelli N. avevano deciso di andare a fare le serenate e siccome il loro padre non li
lasciava uscire di sera, siamo andati a fare le prove a casa loro. Io suonavo il violino
e loro il piano, la chitarra e la tromba. Un altro la batteria. Quando i genitori sono andati
a letto, dopo un po' Francesco è andato a controllare se il "babbo" dormiva (ha bussato
nessuno rispondeva, quindi c'era via libera). Allora siamo andati in fondo al cortile e
abbiamo spinto fuori il camioncino in silenzio passando sotto le loro finestre. Poi abbiamo
portato fuori il pianoforte e l'abbiamo caricato sul camioncino con le sedie. Poi siamo saliti
tutti e siamo partiti per Calvatone, dove c'erano due sorelle, una delle quali piaceva a Francesco.
Ma prima di entrare in paese siamo andati in mezzo ai campi a fare l'ultima prova, con
Francesco finalmente libero di suonare la tromba a tutto fiato.
Poi siamo andati sotto le finestre delle sorelle F. e abbiamo suonato un'aria popolare.
A sentire quel concerto, con la tromba e la batteria, è venuto fuori mezzo paese.
Ad un certo punto le sorelle F. hanno mollato il cane, un cane grosso. E noi via,
ce ne siamo andati. Quella notte ne abbiamo fatte altre tre o quattro di serenate, sempre
a Calvatone, ma non so a chi: io non conoscevo nessuno, lo sapevano loro.

SERENATA ALL'ALBA

Quando c'era ancora il Fronte della Gioventù, dal 1946 al'48, organizzavamo i veglioni
all'aperto che duravano fino alle tre del mattino. Due sono andati male perché è piovuto
(la Veglia delle Haway e Notte Messicana). Quest'ultimo l'abbiamo ripetuto ed è andato bene,
allora tutti contenti abbiamo preso la "balla".
Abbiamo ballato tutta la sera con le morose, poi loro sono andate a casa e noi siamo
stati in compagnia. Così è venuta la mattina. Erano le quattro o le cinque quando ci è
venuta l'idea di andare a fare le serenate alle morose. Quando siamo andati dalla mia
morosa, al Vho, erano già le cinque e mezza: siamo andati sotto la sua finestra
e ci siamo messi a cantare. Canta e canta, non viene fuori nessuno. Allora busso alla
finestra finta, dove bussavo sempre quando andavo a trovarla. Quella mattina non è
uscita lei, è saltata fuori sua madre che si è messa a gridare: "Cosa volete! Non sapete
che è a cimare il granoturco e fra poco viene a casa?" Allora abbiamo smesso le serenate,
siamo andati a bere ancora qualche bicchiere e poi siamo andati a letto.

CON LA NONNA MORTA IN CASA

Eravamo nove o dieci ragazze di Vho che andavano a lavorare a Canneto. Lì cerano
dei ragazzotti e una aveva il moroso fra quelli. Quel moroso ci disse "L'ultimo del-
l'anno, se siete in casa, veniamo a farvi la serenata
". E sono venuti davvero.
Avevano la chitarra e il mandolino. C'era uno che cantava molto bene vecchie canzoni
d'amore. Quella sera era morta mia nonna, io ero a letto, loro non lo sapevano e si
sono messi a suonare e cantare. Mia nonna morta in casa e loro che cantano. Mia
mamma mi ha detto: "non andare alla finestra, ci andrà il papà a dirgli di smettere". Infatti è andato a dirglierlo e sono andati via.
Sono però ritornati a carnevale. Allora sono andata alla finestra, gli ho detto grazie e ne
hanno suonato un'altra, poi sono andati. Non sono scesa perché mia mamma non voleva.
Hanno fatto il giro di tutte le ragazze che andavano a lavorare a Canneto. Suonavano e
cantavano molto bene.

LA FINTA SERENATA

Le serenate non me le faceva lui: veniva il "Pollo", con altri due che suonavano il
violino. Venivano tardi, dopo la mezzanotte.
Io dormivo nella camera con mio nonno e quando cominciavano a suonare, mio nonno
voleva vedere chi erano. E io gli dicevo: "Non fatevi vedere".
Di solito era una meraviglia. Cantavano "Strada bianca velata d'argento...". Certe volte
andavo alla finestra, altre volte no.
Da mia sorella veniva Pollo, che però cantava da solo. Una volta c'era stata una
serenata particolare davanti alla mia casa, che era sulla strada per Cremona. Mentre
uno cantava, si era fermata la gente ad ascoltare. Alla mattina abbiamo saputo che dall'altra
parte della strada avevano rubato tutte le anitre. Uno cantava la serenata e intanto gli
altri suoi amici venivano su dai prati di Drizzona e rubavano le anitre. Era stata una
finta serenata.

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I DONI DEI FIDANZATI

MAI VISTO COSE COSI'

Quando eravamo morosi, un giorno viene a casa mia il garzone di Battista Pederzani,
quello che aggiustava le biciclette, e dice:
"C'è la Rosa?"
"Si, sono io"
Aveva un mazzo di fiori. Erano garofani: tre rosa, tre gialli, un bel mazzo.
"Ma cosa è successo?" gli dico. Io non avevo nemmeno in mente che era Santa Rosa.
Nel mazzo c'era un bigliettino con gli auguri.
Nella mia vita non avevo mai ricevuto fiori, mai. Per me era una cosa un po' strana.
E io una volta gli ho regalato un portasigarette di pelle che si chiudeva, e intorno
aveva un filetto di ottone. Era bello.
Dal barbiere, a Voltido, gli hanno visto il portasigarette e credevano che fosse d'oro.
A Voltido non avevano mai visto cose così.

IL FAZZOLETTO RICAMATO

Un giorno il mio moroso voleva farmi un dono e mi ha detto: "Non so cosa darti". E
mi ha portato un fazzolettino, che io poi ho ricamato e gli ho donato per portarlo nel
taschino della giacca.
Dopo, quando è venuto, mi ha portato un sacchettino di anicetti.
Io ero in filanda, lui era povero, sempre avanti e indietro da soldato.

UNA SCATOLA E UNA SCIARPA

I nostri regali da fidanzati sono stati questi: lui mi ha costruito col traforo una scatola di
legno intagliato, che c'è ancora, con su il suo nome.
Io gli ho fatto una sciarpa da mettere al collo. L'anello di fidanzamento non l'abbiamo
comperato. Ho solo questo, la fede. Gli orecchini me li ha regalati mia suocera, d'oro.
I soliti regali.

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QUANDO L'AMORE FA SOFFRIRE

IL GIOCO DELLE CARTE

Alle porcilaie c'era l'Odilia che leggeva le carte per i morosi. Io ho visto una volta come
faceva, ma il gioco non glielo facevo fare perché non ci credevo. Lei stessa diceva:
"Chi non ci crede non si faccia fare il gioco".
Usava le carte comuni da gioco e sceglieva dei personaggi: per esempio il re di bastoni
era il moroso, il cavallo di coppe la donna, il fante era il postino che portava le lettere,
il settebello erano i soldi se veniva insieme a un'altra carta, ecc.
Mescolava le carte, le metteva in fila e veniva una storia che lei raccontava: accadrà
questo e quest'altro. E prendeva i soldi. Ci andavano parecchie, specialmente le
giovani quando avevano qualche problema con il moroso.

LA MOROSA CHE ASPETTA

C'era uno di Piadena che aveva la morosa al Vho. Era inverno. Noi andavamo al cinema
e lei era là che aspettava. Mio papà le ha detto:
"Cosa fai lì?"
"Aspetto"
Tornati indietro alle dieci e mezzo, era ancora là ad aspettare. Tutte le domeniche
lo aspettava sotto il lampione, seduta su una panchetta. Una volta le ho detto:
"Ma sei ancora qui ad aspettare?"
"Si, sono ancora qui" mi ha detto. Era una bella ragazza
E poi mi ha detto:
"Ti raccomando, quando avrai il moroso, non fare quello che faccio io adesso!"
"Perché?" le ho domandato.
"Pensa che sono qui dalle otto e non è ancora arrivato. E' andato da un'altra, sono sicura".
Al Pedagn ci sono stati casi di avvelenamento per amore.
Lo facevano sul serio, e più volte. Prima prendevano poco veleno, così svenivano
soltanto e la gente parlava. Se lui stava via tentava ancora, con una dose più forte. Fin
che o lo sposava o ci restava.

TRAGEDIE DI UNA VOLTA

Una donna di Vho era rimasta incinta, non si era sposata e non voleva il figlio perché
si sentiva disonorata. Allora ha tentato di avvelenarsi. Hanno fatto in tempo a salvarla,
altrimenti moriva lei e il bambino.
Dopo, col tempo, l'uomo l'ha sposata. Tragedie di una volta.
Una volta, quando le donne non volevano avere un bambino, bevevano un intruglio,
preparato facendo bollire capocchie di fiammiferi e foglie di oleandro. Le foglie di oleandro
sono velenose, se le mangia un puledro o un cavallo, muore. Bevevano quell'intruglio
perché non volevano il disonore di avere un figlio senza essere sposate.
Chi non rischiava l'aborto, si fasciava stretta stretta per non far vedere la pancia,
cercando fino all'ultimo di non far capire che erano incinte.Ma alla fine nasceva lo stesso.

L'AMORE IN CASA DI NASCOSTO

Mio papà era già morto e io dormivo di sopra con mio nonno che aveva 88 anni.
Una sera il mio uomo era tornato da soldato e doveva ripartire. Mi ha detto:
"Di sicuro non vengo più a casa".
Allora abbiamo fatto così: lui è venuto nella camera, mio nonno aveva un po' di sbornia
e dormiva. E' entrato, è venuto nel mio letto, abbiamo fatto l'amore e poi è andato. Invece
è tornato un'altra volta in permesso, e sono rimasta incinta. Mio nonno era lì vicino ma
non si è svegliato, poveretto.
Sono cose che si fanno per amore, solo per amore.
L'abbiamo fatto pensando che non sarebbe più tornato. Noi dalla vita non abbiamo
avuto niente: eravamo poveri, e poi è venuta la guerra. Quelli che non hanno provato
non possono credere.

NON SARA' MICA UN LEONE

Quando abbiamo deciso di sposarci perché ero incinta, dovevamo andare dai genitori
a dirglielo.
"Dillo tu"
"No, diglielo tu". Eravamo incerti.
A un certo punto lui dice:
"Ma per Dio, non sarà mica un leone da affrontare, tuo papà!".
E l'abbiamo affrontato insieme. Siamo entrati e lui gli ha detto:
"Sono venuto per dirle che devo sposare sua figlia perché è incinta".
Mio padre fa:
"E io cosa vi dò? Io non ho nemmeno un soldo. Ho solo un piccolo risparmio che mi serve per comperare il maiale (allora prendevano il maiale piccolo e lo allevavamo). Non posso sposare mia figlia, non ho soldi."
"E allora, cosa facciamo?" gli dice lui un po' arrabbiato.
"Io soldi non ne ho!"
"Bene - gli dice il mio ragazzo- non volete sposare la figlia perché i soldi servono per il
maiale, allora prendete il maiale e vi lascierò anche la figlia
".
Ha detto proprio così.
Da allora mio padre non mi guardò più, in casa. Allora lui mi dice:
"Se tuo padre non vuole, che cosa facciamo?"
"Ci sposeremo lo stesso e in qualche modo ce la faremo. La dote la compreremo".
Un'altra complicazione era che avevo venti anni e ce ne volevano ventuno per andare
in chiesa e in comune a firmare.
"Facciamo senza sposarci" allora abbiamo detto.
Poi, a forza di dai e dai, mio padre ci ha ripensato, e siamo andati in comune a fare la
richiesta, e ha firmato. Però abbiamo fatto pace il giorno del matrimonio.

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IL MATRIMONIO

IL TUCAMAN

Prima di sposarsi si faceva "il tucaman" che era una specie di rinfresco. Si faceva
circa un mese prima di sposarsi. Io l'ho fatto: sono venute a casa mia le future cognate
e la suocera (suo marito non è venuto perché non aveva tempo). Avevamo preparato
una torta, un budino, una bottiglia di vino bianco e una di nero. Nel "tucaman" si
faceva la conoscenza delle due famiglie a casa della sposa.
Abbiamo parlato della dote, che cosa mi avevano dato i miei genitori, chi veniva a
prenderla, chi la portava.
Mia mamma ha detto:
"A mia figlia ho dato quel poco che ho potuto" e ha detto quante lenzuola, camicie,
salviette ecc.
Chi non faceva il "tucaman" era criticata. Dicevano:
"Sai, quella si è sposata senza fare il "tucaman".
Questo succedeva quando tra lo sposo e la sposa c'era una differenza sociale perché
uno era più povero o più ricco dell'altro.
Di solito il povero diceva:
"Loro sono ricchi, non possiamo fare bella figura, non lo facciamo".
Se però i genitori si accordavano, lo facevano lo stesso.
Oppure non si faceva se tra le famiglie c'era discordia fra genitori. Allora gli sposi dicevano:
"Noi andiamo d'accordo lo stesso" e non lo facevano. Magari si sposavano il mattino
presto, andavano via e non facevano più niente. Allora ci tenevano al pranzo di nozze.
Noi l'abbiamo fatto a casa.
Quelli che andavano al "tucaman" prendevano con sé i regali di nozze e ricevevano
dalla sposa i confetti. Chi non veniva, portava il regalo allo sposalizio.

LA SCOPA

Stamattina c'era il funerale di Dario, che è cugino di mia moglie, e mia moglie mi ricordava:
"Quando Dario si è sposato, mia suocera gli ha regalato una scopa di saggina"
Quello era il regalo di nozze che allora si faceva di più. E come era contenta la sposa!. Tanto
contenta che invitò mia moglie, che allora era una bambina, al brindisi che hanno fatto al
mattino alle otto.

LA SPOSA SI PREPARA

Alla mattina, mentre ci si preparava per vestirsi per il matrimonio, arriva mia sorella da
Milano e mi dice
"Non sei andata dalla parrucchiera, non hai i capelli a posto".
"Non ci sono andata, lo sai perché"
E lei: "Ti farò io da parrucchiera".
Mi ha pettinato lei, con i capelli tirati con la coda, e siccome non erano bene a posto
li ha coperti con un velo grigio, facendomi una specie di acconciatura.

E SUBITO IL BUCATO

Ci siamo sposati a Torre, alle dieci. Sono venuti i parenti e abbiamo fatto il pranzo lì,
a casa mia. Eravamo in ottobre e, dopo il pranzo, siamo andati tutti al castello a raccogliere
funghi.
Alla sera loro sono andati a casa in bicicletta, e noi sposi siamo andati a Piadena in treno,
alla casa di mia suocera. Mi siedo in casa, mi guardo attorno (con i suoceri avevo poca
confidenza), sembravo un'oca.
Allora mi dice mia suocera:
"Domani andiamo ancora a Torre?"
"Ma si, andiamo" dico.
"Perché - dice lei - dopodomani c'è già pronto il bucato e io ho già tanti lavori da fare.
Ti ho preparato il mastello e tutto
".
Alle sei del mattino la Maria bussa alla porta e mi porta il caffè a letto. Qualche battuta
per ridere e via col treno a Torre. Abbiamo mangiato gli avanzi del giorno prima, fatto
un'altra raccolta di funghi, qualche fotografia che non ho mai più visto e siamo tornati.
E il mattino dopo, alle cinque, eravamo già in piedi: lui è andato a lavorare e io mi
sono messa al mastello.
Noi abbiamo fatto due viaggi di nozze da Piadena a Torre, in treno.

PRANZO DI NOZZE SENZA I FRATELLI

Quando ci siamo sposati, nel '47, abbiamo fatto un piccolo pranzo in casa del mio sposo,
dove c'era una stanza un po' larga, invece noi avevamo una casa piccola. Al pranzo
di nozze gli ultimi miei fratelli non sono venuti perché non avevano le scarpe e non
c'erano i soldi per comprarle. Mio fratello lo ricorda ancora:
"Io ti guardavo da finestrino della stalla perché la mamma non aveva i soldi per comperarmi le scarpe".
In chiesa siamo andati a piedi, in corteo. Il giorno dopo mia mamma, che è di Calvatone, ci ha
invitati a mangiare a casa sua. E siccome non avevamo i soldi per l'auto, siamo andati in bicicletta.
Questo è stato il nostro viaggio di nozze. Eravamo lo stesso contenti.
Subito il primo anno di matrimonio sono andata a far la legna in "punta".
I soldi erano pochi, la filanda chiusa e in casa bisognava scaldare e ci voleva la legna.
Io e una vicina raccoglievamo i rami per fare le fascine. Poi andavamo a spigolare il frumento,
per racimolare qualcosa e farlo trebbiare: 50-60 chili in tutto. Poi lo portavo a farlo macinare e
con la farina facevo qualche sfoglia e la pasta in casa.

PIOVEVA CHE DIO LA MANDAVA

Il giorno dello sposalizio pioveva che Dio la mandava. Il padrone, visto che era una così
brutta mattina, dice a Danilo:
"Attacca i cavalli al carro, mettici sopra due botole di paglia e porta quella gente in chiesa".
Sembrava proprio una carretta dei coscritti, ci mancava solo la "rampegarola" (edera).
I parenti tutti sul carro, io e lo sposo e i testimoni sul birroccio, siamo andati alla chiesa di San
Giovanni dove ci siamo sposati. Il pranzo l'abbiamo fatto a casa mia, viaggio di nozze niente.
Il viaggio è stato dalle Pozze al Brolpasino, sempre sul birroccio.
Due giorni dopo a lavorare: io a casa, lui nei campi.

VIAGGIO DI NOZZE IN BICICLETTA

Il mio moroso veniva da Vescovato a Casalbuttano in bicicletta: erano più di dieci
chilometri. Stava lì un'oretta e poi ritornava perché si doveva alzare di notte a fare il bergamino.
Se una sera andavamo al cinema, ci veniva dietro mio padre, non ci lasciava andare noi
due soli.
Ci siamo parlati quattro mesi, poi è morta sua madre e siccome avevano bisogno di donne in
casa, mi ha sposato. La mattina del matrimonio lui è venuto con due biciclette e dopo sposati
abbiamo fatto tutti quei chilometri per andare a casa.Questo è stato il mio viaggio di nozze.

CHI ANDAVA DAL PAPA

A Roma in viaggio di nozze ci andavano quelli che andavano dal Papa. Se facevano la
comunione avevano lo sconto. Però dovevano andare veramente dal Papa. Il prete
testimoniava che avevano ricevuto la Comunione e a Roma, nei giorni stabiliti, erano
ricevuti dal Papa. Come premio c'era lo sconto sul biglietto.
Noi siamo andati a Brescia, dal mattino alla sera.

IL VIAGGIO A BRESCIA

Poi sono rimasta incinta. Tornato da soldato abbiamo fatto tutto quello che si doveva fare
poi è andato via ancora. Quando è stato congedato ci siamo sposati.
Ci siamo alzati prestissimo, eravamo nel'40, c'era la guerra. Alla mattina mia mamma ha
fatto cuocere un pezzo di oca e siamo andati a sposare in chiesa.
La chiesa era ancora chiusa, allora siamo andati al bar di Fochi. Quando sono arrivata io,
sono entrata nel bar e siamo andati in chiesa. Erano le cinque e mezza.
Sposati, siamo andati a casa, abbiamo bevuto un po' di brodo e mangiato qualcosa e poi siamo andati alla stazione.Abbiamo preso su i tagliandi perché il pane era razionato e siamo andati a Brescia. Siamo andati a mangiare le verze con un pezzetto di carne alla trattoria "La Busa" e alla sera siamo tornati. Lui è andato a casa sua e io a casa mia.
Il bambino è nato proprio il 21 aprile, Natale di Roma. La levatrice dice:
"In quale bel giorno nasce questo bambino!"
Ma lui, che era comunista, non era contento.
In maggio è venuto a casa in licenza e siamo stati insieme: siamo venuti ad abitare alla Fornace,
vicino alla ferrovia, dove siamo poi stati sotto i bombardamenti.

TUTTI IN BICICLETTA

Erano già due anni che ci parlavamo e quando abbiamo deciso di sposarci siamo andati tutti
in bicicletta a Gattarolo: eravamo dieci donne, abbiamo fatto due o tre torte e ci siamo messi
d'accordo per comperare la camera da letto e le altre cose della casa.
Noi che avevamo un campettino con le viti ci abbiamo messo una damigiana di vino. E
siccome avevamo ucciso il maiale, ci abbiamo messo una spalla. Loro ci hanno messo i salami.
Noi non avevamo polli, mia suocera ci ha messo le galline.
Il pranzo l'abbiamo fatto là, a Gattarolo, perché avevano uno stanzone grande (che ad
alzare la testa si vedeva il cielo).
Là io ho fatto la cameriera e abbiamo mangiato due giorni.Il secondo giorno gli avanzi
del primo. Quando c'era bisogno di andare al gabinetto, si andava per una stradina fino
alla concimaia e la facevamo là, perché non c'erano servizi. Ci siamo sposati a Piadena.
Niente viaggio di nozze: non avevamo i mezzi per farlo.

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RICORDI E RIFLESSIONI

IL BAMBINO E LA GUERRA

Una volta è suonato l'allarme ed ero in stazione col bambino in braccio. Il cuore mi
batteva forte, la gente diceva: "Si sentono gli apparecchi che arrivano!"
Sono scesi da un treno tutti i ferrovieri. Tutti correvano nei campi e gridavano:
"Ci vedono! Ci vedono!"
E io, col bambino in braccio, non potevo correre forte. Il campo non era ancora seminato,
c'era proprio tutta la terra e allora ho detto:
"Qui mi vedono".
Mi sono fermata in mezzo al campo e c'era un ferroviere di San Giovanni che correva
per salvarsi ma nello stesso tempo voleva tornare indietro per portarmi il bambino.
Io mi sono fermata lì, gli apparecchi sono passati. Lui mi è venuto vicino e mi ha detto:
"Mi deve scusare".
E io: "Non c'è niente da scusare, tutti pensavano di mettersi in salvo".
Che giorni! Di notte, dover alzarsi con un bambino piccolo. Mio nonno, poverino, mi
diceva :
"Andate, scappate!"
"E tu? Se resti, ti ammazzano!"
"Se non mi ammazzano, non muoio più" mi diceva.
Mia mamma era anziana anche lei. Si mangiava poco, si era deboli, demoralizzati.
Fuggivo nei campi con una scatolina con dentro il libretto del sussidio. E questo quasi tutti
i giorni, fin che quel giorno del '44, quando sono cadute le bombe a Bardelle, mio nonno stava
spirando e mia mamma è scesa perché credeva che crollasse la casa.
In quel momento il nonno è spirato.

PERCHE' DEVO AVERE DEGLI SCRUPOLI ?

C'era gente che rubava sui treni. Un giorno si era fermato in stazione un treno carico di
zucchero. Vado là e dico al milite:
"Me ne dia un po' per il mio bambino".
Io, per il mio bambino l'avevo, lo facevo per venderlo. Lì ci sono altre donne e i militi dicono:
"Se volete prenderlo dovete venire sul carro".
"Io sul carro non vengo" dico.
E invece qualcuna c'è andata, ed è venuta giù col suo bel sacchetto di zucchero. E io:
"Me lo dia, aspetto qui giù dal rivone".
Non me l'ha dato. Volevano approfittarsene di noi donne affamate. E c'era chi ci andava.
E io pensavo:
"Perché devo avere dei gran scrupoli?".
Quando è venuto a casa, avevo 150 lire di debiti perché, finita la guerra, non c'erano i soldi
e per due quindicine non ci hanno pagato il sussidio. Allora ho chiesto il prestito alle mie sorelle,
che mi hanno dato mille lire per comperare la farina per la polenta, e avevo il bambino senza
scarpine, dovevo pagare l'affitto dov'ero sfollata perchè qui la casa era stata bombardata.

LA MAIALA

Il mio primo amore è stato a 16 anni. Gli ho parlato 7 o 8 anni e poi mi ha piantata perché ha
sposato un'altra. E io ho sposato quel caro amore lì.
Sai come faceva a chiamarmi? Col fischio, sempre col fischio, come un cane. Se mi avesse
chiamato col mio nome mi sarei guardata attorno, e avrei pensato:
"Quest'uomo è diventato matto".
Certe volte, quando fischiava, gli dicevo:
"Guarda che io non sono una cagna".
E lui:
"Perché? Hai provato degli altri che facevano meglio di me?"
Era anche geloso. Quando mi cercava, diceva alla gente:
"Avete visto la mia maiala?"
Che sarei stata io.
Che cosa potevo fare? Adesso c'è la parità, ma allora cosa facevo? Dove andavo?

CINQUE FIGLI IN UN ANNO

Io volevo bene ai miei figli. Si vuole bene ai gattini, come non si può voler bene ai propri figli. ?
Però quando ne ho avuto cinque in un anno (nel 1925), o Signore che dispiacere!
Quell'anno, con la neve che c'era, l'uomo non lavorava. E un giorno ho chiesto al dottore:
"Non ne morirà nemmeno uno di questi bambini?"
Il dottore mi ha detto:
"Se muoiono, cominciano dai piedi, che si gonfiano".
Ogni poco li sfasciavo per vedere se a qualcuno si gonfiavano i piedi.

I COLOMBINI

L'amore più grande è quando due diventano vecchi insieme. Gli anni più belli della vita sono
quando si è vecchi perché l'uomo e la donna hanno raggiunto una certa confidenza.
Se ne vedono poche di coppie di sessant'anni che si separano o che vanno all'ospizio.
Restano a casa per loro conto. Si aiutano e si innamorano di più. A quest'età si sente
più amore. Nei giovani in gran parte c'è l'istinto sessuale, negli anziani invece c'è tutto.
Tutto l'amore è legato all'anzianità perché hanno già le confidenze che due giovani
non possono avere…….
La bellezza dell'amore è quando si arriva a una certa età. Lo dico e lo sento dire da tanti
vecchi che hanno ottant'anni. Si sentono e si vedono sempre più vicini, nel parlare, in
tutto, vanno più d'accordo, va tutto bene. Si sentono felici tutti e due. Qui ci sono varie
coppie sui 75 anni, sembrano colombini e stanno ancora da soli.